Laura Tedeschi's shots
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Thursday, 14 October 2010
Wednesday, 6 October 2010
Wednesday, 28 April 2010
Saturday, 22 August 2009
Sunday, 16 August 2009
Friday, 14 August 2009
Wednesday, 12 August 2009
Tuesday, 4 August 2009
Sunday, 26 April 2009
La sedia di Vincent van Gogh

Nello stesso anno in cui Vincent dipinse la sedia di Gauguin (1888) ad Arles, alla casa Gialla, Vincent dipinse la sua sedia, la sedia di Vincent.
La sedia di Vincent, rispetto a quella di Paul, è decisamente meno elegante, di semplice legno con seduta in paglia; ma la cromia delicata è decisamente più solare e vivace, giacché si sofferma sul giallo della seduta, sposandosi con il calore del pavimento di mattoni rosso-arancio e con le pareti dal delicato tono turchese.
Sulla sedia è appoggiata la pipa del pittore con del tabacco (attributi di semplicità) ed in una cesta appoggiata a terra dei girasoli, i fiori preferiti dell'artista.
Foto: "La sedia di Vincent" Vincent van Gogh (Arles 1888)
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Saturday, 25 April 2009
Le sedie dipinte da Vincent Van Gogh - Paul Gauguin assente, la sua sedia

"E poi devo molto a Paul Gauguin, con il quale ho lavorato per dei mesi ad Arles, e che del resto conoscevo già a Parigi. Gauguin, quest'artista strano, questo straniero il cui portamento e lo sguardo richiamano vagamente il ritratto di un uomo di Rembrandt della Galleria Locaze – questo amico che desidera far capire che un buon quadro deve corrispondere a una buona azione, non che lo dica, ma insomma è difficile frequentarlo senza sentire una certa responsabilità morale. Alcuni giorni prima di separarci quando la mia malattia mi ha obbligato a entrare in una casa di cura, ho tentato di dipingere “il suo posto vuoto”.
E' uno studio della sua poltrona di legno bruno rosso scuro, con il sedile in paglia verdastra, e al posto dell'assente un candelabro acceso e dei romanzi moderni".
Dalla lettera inviata al Sig. Aurier, del 12 febbraio 1890 da St.Rémy.
Foto: "La sedia di Paul Gauguin" di Vincent Van Gogh (Arles 1888)
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Wednesday, 22 April 2009
Il ritratto di Paul Gauguin a Vincent Van Gogh, la chiave della tragedia

Come tutte le persone abituate alla solitudine, il parlare di Vincent si trasformava in verbosità, il piacere di esprimersi non sopportava l’essere contraddetto.
Più il contrasto di idee si acuiva e più il parlare nevrotico veniva in superficie e
si accentuava addirittura se dall’altra parte sopraggiungeva il silenzio. Ciò che per quelle nove settimane rese possibile il rapporto fu che il più giovane Van Gogh riconosceva al più anziano, un magistero superiore, di vita e di arte, e quanto a questi, l’essersi accorto da subito della enorme grandezza del suo coinquilino, faceva sì che molte punte polemiche venissero smussate, molti giudizi "tranchant" venissero lasciati cadere.
In un ritratto di Van Gogh fatto da Gauguin c’è la chiave per capire la catastrofe che si andava preparando. Si intitola “Van Gogh che dipinge girasoli ad Arles”:
“Forse non c’è molta somiglianza" disse l’autore nel regalarlo a Theo, che era anche il suo mercante d’arte, “ma credo ci sia qualcosa del suo carattere interiore”.
“Ero davvero io, molto stanco e carico di elettricità com’ero allora” commentò il diretto interessato in una lettera e poi, stando alle memorie di Gauguin, aggiunse: “Sono io, ma sono io dopo che sono diventato matto”.
Come tutti quelli che soffrono di depressione maniacale o disturbo bipolare, Van Gogh era più o meno coscientemente consapevole del suo stato, esaltazione e depressione si alternavano e il lavoro, così come il bere, erano una sorta di cura della prima fatta tuttavia della malattia che la estrinsecava: curare l’eccesso con l’eccesso, insomma... Il rendersene conto allontanava lo spettro della follia, ma non lo eliminava. Van Gogh sapeva che prima o poi ci sarebbe scivolato dentro senza accorgersene.
Van Gogh sapeva che prima o poi Gauguin se ne sarebbe andato, e questo lo atterriva: significava tornare solo, significava il fallimento della sua sfida artistica e il dover ammettere che non c’era nessuno che pensasse con lui e per lui, che gli fosse di
conforto, di stimolo e di protezione. E però questa paura era anche un desiderio, il voler restare solo, il dover restare solo, consapevole della propria unicità, del proprio disperato valore.
“Fondamentalmente Gauguin e io ci capiamo, e se siamo un po’ matti, che importanza ha” scriverà al fratello dopo che l’epilogo era giunto e lui si era autopunito mutilandosi.
Su questo gesto, il taglio di un orecchio, sono scorsi fiumi di inchiostro. In soggetti bipolari come Van Gogh, l’associazione fra suggestioni e temi i più disparati era una norma, e ciò che a una mente normale appare incongruo in un soggetto deviato risponde a una logica del tutto coerente.
Nella foto: “Van Gogh che dipinge girasoli ad Arles” di Paul Gauguin
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Paul Gauguin e Vincent Van Gogh, uguale diversitá


Il 23 ottobre del 1888, il giorno in cui fisicamente Paul entrò nella casa Gialla,
trovò alle pareti e non solo le tele dipinte dall'amico.
Pochissimi erano in grado, quanto Gauguin, di comprendere che cosa l’altro avesse realizzato, e nessun altro aveva migliori motivi per ammirarlo, assimilarlo, magari contrastarlo.
Eppure per Vincent, il maestro era l’altro, più maturo, più sicuro.
Era Vincent che si era battuto perché dalla Bretagna il collega si trasferisse in Provenza, che aveva messo di mezzo il fratello Theo perché in qualche modo garantisse economicamente il successo del cambiamento geografico.
Ciò che Van Gogh voleva era lavorare fianco a fianco, a pochi metri di distanza,
vicino a un Paul, su soggetti paralleli.
Questo sarebbe dovuto essere la Casa Gialla: lo Studio del Sud, il punto di partenza di una nuova idea della forma e del colore.
Caratterialmente, i due avevano diversi punti in comune, eppure c’era in questa eguaglianza una totale diversità.
Nello spazio ristretto di uno studio di cinque metri, il contrasto era ancor più stridente:
Van Gogh dipingeva velocemente e con furia, Gauguin era più pacato e contemplativo, l’olandese, lasciava aperti i tubetti dei colori, in disordine pennelli e tavolozze, il francese aveva imparato andando per mare l’importanza dell’ordine.
Dirà Theo Van Gogh, che esisteva “un Vincent amabile e un Vincent insopportabile”.
Foto: Paul Gauguin al piano e la foto del giovane Vincet Van Gogh
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La casa Gialla. Paul Gauguin e Vincent Van Gogh

Commovente é il rapporto tra Vincent e la casa Gialla ad Arles...
Ma cosa furono in realtá le nove settimane in cui Van Gogh e Gauguin vissero fianco a fianco ad Arles? Un disastro! Un disastroso trionfo.
La gioia di creare e la nevrosi di fallire... si conclusero con il primo che rincorreva il secondo con un rasoio, con il secondo che
se ne andava a dormire in albergo, con l’orecchio di Van Gogh tagliato dalla sua stessa mano e offerto come dono a una prostituta locale... Di lì il ricovero in clinica del primo e la fuga del secondo, di lí un MAI-PIÙ-RIVEDERSI.
Vincent morirà due anni dopo, nel 1890, dopo essersi sparato un colpo di pistola al petto, in quella Provenza che lo aveva così tanto segnato, Paul gli sopravviverà per un decennio, in un’isola delle Marchesi dove la sua fuga dalla civiltà lo aveva portato, trentasette anni l’uno, cinquantacinque l’altro.
Il rapporto tra i due è struggente dal punto di vista umano e stupefacente sotto il
profilo artistico, perché quelle nove settimane, appena due mesi, insomma, cambiarono anche il corso della storia dell’arte e ciò che di Van Gogh e di Gauguin oggi ammiriamo nei più importanti musei del mondo, furono in buona parte dipinti lì ed andarono a riempire le stanze e le pareti della modesta dimora, la casa Gialla, che fungeva da casa e da studio: tele, intuizioni e sperimentazioni a cui credevano solo i diretti interessati e qualche spirito più avvertito o semplicemente più amico.
Perché Van Gogh dovette in pratica morire prima di divenire famoso, e Gauguin fu raggiunto dalla fama in un angolo dell’Oceano Pacifico dove essere famosi non significava niente.
Con pochi anni di distanza l’uno dall’altro, Vincent e Paul, esclusa l’arte, avevano
tuttavia poco in comune...
Foto: "La casa Gialla" di Vincent Van Gogh (Arles 1888)
Per approfondimenti vi consiglio la lettura di: "La casa Gialla" di Martin Gaylord
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Sunday, 12 April 2009
Saturday, 11 April 2009
Friday, 10 April 2009
L'Estaque e i pittori, Derain, Braque, Cèzanne, Macke ecc.


All'estremità settentrionale di Marsiglia, rannicchiato ai piedi della catena della Nerthe che lo protegge dal maestrale, il piccolo porto dell'Estaque (attracco in provenzale) è ancora uno dei quartieri più pittoreschi della città. Il suo sviluppo nel corso dei secoli è strettamente legato alla fabbricazione di tegole artigianali.
All'inizio del XX secolo era una meta privilegiata per la possibilità di gustare ricci di mare, sardine e "panisse" (tipici panzerotti di farinata di ceci) negli hotel e nei ristoranti situati ai bordi del mare. Case di campagna, ville sul lungomare (Château Fallet, Villa la Palestine …), vere e proprie "follie" architettoniche, fiorirono quindi accanto alle piccole abitazioni tradizionali degli operai che lavoravano nei vicini stabilimenti (fabbriche di tegole e cementifici).
Tuttavia, per gli amanti dell'arte figurativa l'Estaque è soprattutto uno dei luoghi di nascita della pittura moderna. Da Collioure a Menton, considerando soltanto il lato mediterraneo, non mancano luoghi che hanno attirato grandi pittori. Non sono certo numerose le località che possono vantare di essere state frequentate per una sessantina d'anni (1860-1920) da una dozzina di artisti di grande fama.
Impressionismo, fauvismo, cubismo : il nome dell'Estaque è associato a queste tre epoche, che determinarono in larga parte il destino della pittura contemporanea. Se Cézanne e Braque sono le due figure maggiori, anche i nomi di Derain, Dufy, Marquet, Friesz, Macke, Renoir, Guigou e Monticelli non possono essere dimenticati. La maggior parte di questi artisti ha dipinto decine di tele all'Estaque. Un destino insolito, quindi, per questa borgata, spiegabile innanzitutto con la sua situazione: si tratta effettivamente di un belvedere notevole con una vista sul golfo di Marsiglia spesso sorprendente.
Tra le fonti dell'ispirazione di tali pittori è inoltre possibile citare la molteplicità di motivi, la diversità di forme e colori, il tutto concentrato in uno spazio relativamente ristretto: linea orizzontale del mare, linea verticale delle ciminiere delle fabbriche, linee curve delle colline e arcuate dei viadotti, con giochi di ocra e rosso che rispondono all'intensità delle numerose sfumature di verde e blu.
Un percorso pedestre locale consente di raccontare la storia di questo quartiere popolare dall'anima forte e multiforme, in fondo poco diversa da quella che i pittori hanno conosciuto e amato. Numerose tematiche sono ancora presenti: basta saper osservare bene per vederle. Partendo dal molo del porto, seguite il cammino dei pittori e lasciatevi conquistare durante una passeggiata di circa due ore nei luoghi cari a tali artisti. Otto tappe indicate da pannelli di lava smaltata segnano il percorso.
Ho scelto per voi, tra i tanti, tre pittori significativi che hanno dipinto L'Etaque,
quadri che io prediligo.
L'estaque secondo:
Georges Braque
André Derain
Paul Cèzanne
Thursday, 9 April 2009
La baia di Gigaro, La Croix-Valmer e Cavalaire-sur-mer
A circa 20 minuti dall'animazione molto glamour, la penisola di Saint-Tropez, accanitamente tutelata dal Conservatorio del litorale, offre agli escursionisti 40 km di sentieri. Essi si dipanano tra i dirupi rocciosi dei capi Camarat, Taillat e Lardier e i lunghi nastri di sabbia fine dell'ansa di Pampelonne e della baia di Cavalaire.
Dipinto: Laura Tedeschi "Gigaro/pomeriggio invernale"
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