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Monday, 23 April 2012

Cuesmes, July 1880 Vincent Van Gogh wrote to Theo the famous thought of the bird in a cage


Paint by me, oil on canvas - Prisoner


"A caged bird in spring knows perfectly well that there is some way in which he should be able to serve. He is well aware that there is something to be done, but he is unable to do it. What is it? He cannot quite remember, but then he gets a vague inkling and he says to himself, “The others are building their nests and hatching their young and bringing them up,” and then he bangs his head against the bars of the cage. But the cage does not give way and the bird is maddened by pain. “What a idler,” says another bird passing by - what an idler. Yet the prisoner lives and does not die. There are no outward signs of what is going on inside him; he is doing well, he is quite cheerful in the sunshine.


But then the season of the great migration arrives, an attack of melancholy. He has everything he needs, say the children who tend him in his cage - but he looks out, at the heavy thundery sky, and in his heart of hearts he rebels against his fate. I am caged, I am caged and you say I need nothing, you idiots! I have everything I need, indeed! Oh! please give me the freedom to be a bird like other birds!


A kind of idler of a person resembles that kind of idler of a bird. And people are often unable to do anything, imprisoned as they are in I don't know what kind of terrible, terrible, oh such terrible cage.


I do know that there is a release, the belated release. A justly or unjustly ruined reputation, poverty, disastrous circumstances, misfortune, they all turn you into a prisoner. You cannot always tell what keeps you confined, what immures you, what seems to bury you, and yet you can feel those elusive bars, railings, walls. Is all this illusion, imagination? I don't think so. And then one asks: My God! will it be for long, will it be for ever, will it be for eternity?


Do you know what makes the prison disappear? Every deep, genuine affection. Being friends, being brothers, loving, that is what opens the prison, with supreme power, by some magic force. Without these one stays dead. But whenever affection is revived, there life revives. Moreover, the prison is sometimes called prejudice, misunderstanding, fatal ignorance of one thing or another, suspicion, false modesty".

At this time, Vincent was 27 year old

Vincent van Gogh. Letter to Theo van Gogh. Written July 1880 in Cuesmes.
Translated by Mrs. Johanna van Gogh-Bonger, edited by Robert Harrison

There are many situations that make us prisoners, illness, loneliness, society today, injustice, indifference, racism, misunderstanding, censorship and so on ...

This painting is dedicated to all those people who are made ​​captive to one of these things. This work is dedicated to us all with much love.


Paint by me, oil on canvas - Prisoner



Paint by me, oil on canvas - Prisoner

Paint by me, oil on canvas - Prisoner

Friday, 26 February 2010

La libertá - Il pensiero di Vincent Van Gogh

Dipinto di Laura Tedeschi

"A primavera un uccello in gabbia sa bene che c'è qualcosa a cui potrebbe servire, sente benissimo che ci sarebbe qualcosa da fare, ma non ci può far nulla, e cos'è questo? Non si ricorda bene, ha idee vaghe e dice: "Gli altri fanno i loro nidi e portano fuori i loro piccoli e li cibano" e poi sbatte il suo capino contro le grate della gabbia. Ma la gabbia resiste e l'uccello impazzisce dal dolore. "Guarda che fannullone", dice un altro uccello che passa lì davanti, "quello è un tipo che vive di rendita". Eppure il prigioniero continua a campare, non muore, fuori non appare nulla di quel che ha dentro, è in buona salute, e di tanto in tanto è allegro sotto i raggi del sole. Ma poi viene il tempo degli amori. Ondate di depressione. "Ma ha poi proprio tutto quel di cui ha bisogno?" dicono i bambini che si prendono cura di lui e della sua gabbietta. E lui sta appollaiato con lo sguardo proteso verso il cielo, dove sta minacciando un temporale, e dentro di sé sente ribellione per la sua sorte. "Me ne sto in gabbia, me ne sto in gabbia, e non mi manca niente, imbecilli! Ho tutto ciò di cui ho bisogno! Ma per piacere, libertà, lasciatemi essere un uccello come gli altri!". Così, talvolta, un uomo che non fa nulla assomiglia a un uccello che non fa nulla".

Autore del testo: Vincent Van Gogh

Monday, 30 November 2009

Preferisco dipingere gli occhi degli uomini che le cattedrali, perché negli occhi degli uomini c'è qualcosa che non c'è nelle cattedrali, ...

Dipinti di Laura Tedeschi, studio sullo stesso soggetto




"Preferisco dipingere gli occhi degli uomini che le cattedrali, perché negli occhi degli uomini c'é qualcosa che non c'é nelle cattedrali" ... Vincent Van Gogh

Sunday, 26 April 2009

La sedia di Vincent van Gogh


Nello stesso anno in cui Vincent dipinse la sedia di Gauguin (1888) ad Arles, alla casa Gialla, Vincent dipinse la sua sedia, la sedia di Vincent.
La sedia di Vincent, rispetto a quella di Paul, è decisamente meno elegante, di semplice legno con seduta in paglia; ma la cromia delicata è decisamente più solare e vivace, giacché si sofferma sul giallo della seduta, sposandosi con il calore del pavimento di mattoni rosso-arancio e con le pareti dal delicato tono turchese.

Sulla sedia è appoggiata la pipa del pittore con del tabacco (attributi di semplicità) ed in una cesta appoggiata a terra dei girasoli, i fiori preferiti dell'artista.

Foto: "La sedia di Vincent" Vincent van Gogh (Arles 1888)

Saturday, 25 April 2009

Le sedie dipinte da Vincent Van Gogh - Paul Gauguin assente, la sua sedia


"E poi devo molto a Paul Gauguin, con il quale ho lavorato per dei mesi ad Arles, e che del resto conoscevo già a Parigi. Gauguin, quest'artista strano, questo straniero il cui portamento e lo sguardo richiamano vagamente il ritratto di un uomo di Rembrandt della Galleria Locaze – questo amico che desidera far capire che un buon quadro deve corrispondere a una buona azione, non che lo dica, ma insomma è difficile frequentarlo senza sentire una certa responsabilità morale. Alcuni giorni prima di separarci quando la mia malattia mi ha obbligato a entrare in una casa di cura, ho tentato di dipingere “il suo posto vuoto”.
E' uno studio della sua poltrona di legno bruno rosso scuro, con il sedile in paglia verdastra, e al posto dell'assente un candelabro acceso e dei romanzi moderni".

Dalla lettera inviata al Sig. Aurier, del 12 febbraio 1890 da St.Rémy.

Foto: "La sedia di Paul Gauguin" di Vincent Van Gogh (Arles 1888)

Wednesday, 22 April 2009

Il ritratto di Paul Gauguin a Vincent Van Gogh, la chiave della tragedia


Come tutte le persone abituate alla solitudine, il parlare di Vincent si trasformava in verbosità, il piacere di esprimersi non sopportava l’essere contraddetto.
Più il contrasto di idee si acuiva e più il parlare nevrotico veniva in superficie e
si accentuava addirittura se dall’altra parte sopraggiungeva il silenzio. Ciò che per quelle nove settimane rese possibile il rapporto fu che il più giovane Van Gogh riconosceva al più anziano, un magistero superiore, di vita e di arte, e quanto a questi, l’essersi accorto da subito della enorme grandezza del suo coinquilino, faceva sì che molte punte polemiche venissero smussate, molti giudizi "tranchant" venissero lasciati cadere.
In un ritratto di Van Gogh fatto da Gauguin c’è la chiave per capire la catastrofe che si andava preparando. Si intitola “Van Gogh che dipinge girasoli ad Arles”:

“Forse non c’è molta somiglianza" disse l’autore nel regalarlo a Theo, che era anche il suo mercante d’arte, “ma credo ci sia qualcosa del suo carattere interiore”.
“Ero davvero io, molto stanco e carico di elettricità com’ero allora” commentò il diretto interessato in una lettera e poi, stando alle memorie di Gauguin, aggiunse: “Sono io, ma sono io dopo che sono diventato matto”.

Come tutti quelli che soffrono di depressione maniacale o disturbo bipolare, Van Gogh era più o meno coscientemente consapevole del suo stato, esaltazione e depressione si alternavano e il lavoro, così come il bere, erano una sorta di cura della prima fatta tuttavia della malattia che la estrinsecava: curare l’eccesso con l’eccesso, insomma... Il rendersene conto allontanava lo spettro della follia, ma non lo eliminava. Van Gogh sapeva che prima o poi ci sarebbe scivolato dentro senza accorgersene.
Van Gogh sapeva che prima o poi Gauguin se ne sarebbe andato, e questo lo atterriva: significava tornare solo, significava il fallimento della sua sfida artistica e il dover ammettere che non c’era nessuno che pensasse con lui e per lui, che gli fosse di
conforto, di stimolo e di protezione. E però questa paura era anche un desiderio, il voler restare solo, il dover restare solo, consapevole della propria unicità, del proprio disperato valore.

“Fondamentalmente Gauguin e io ci capiamo, e se siamo un po’ matti, che importanza ha” scriverà al fratello dopo che l’epilogo era giunto e lui si era autopunito mutilandosi.
Su questo gesto, il taglio di un orecchio, sono scorsi fiumi di inchiostro. In soggetti bipolari come Van Gogh, l’associazione fra suggestioni e temi i più disparati era una norma, e ciò che a una mente normale appare incongruo in un soggetto deviato risponde a una logica del tutto coerente.

Nella foto: “Van Gogh che dipinge girasoli ad Arles” di Paul Gauguin

Paul Gauguin e Vincent Van Gogh, uguale diversitá



Il 23 ottobre del 1888, il giorno in cui fisicamente Paul entrò nella casa Gialla,
trovò alle pareti e non solo le tele dipinte dall'amico.
Pochissimi erano in grado, quanto Gauguin, di comprendere che cosa l’altro avesse realizzato, e nessun altro aveva migliori motivi per ammirarlo, assimilarlo, magari contrastarlo.
Eppure per Vincent, il maestro era l’altro, più maturo, più sicuro.
Era Vincent che si era battuto perché dalla Bretagna il collega si trasferisse in Provenza, che aveva messo di mezzo il fratello Theo perché in qualche modo garantisse economicamente il successo del cambiamento geografico.
Ciò che Van Gogh voleva era lavorare fianco a fianco, a pochi metri di distanza,
vicino a un Paul, su soggetti paralleli.
Questo sarebbe dovuto essere la Casa Gialla: lo Studio del Sud, il punto di partenza di una nuova idea della forma e del colore.
Caratterialmente, i due avevano diversi punti in comune, eppure c’era in questa eguaglianza una totale diversità.
Nello spazio ristretto di uno studio di cinque metri, il contrasto era ancor più stridente:
Van Gogh dipingeva velocemente e con furia, Gauguin era più pacato e contemplativo, l’olandese, lasciava aperti i tubetti dei colori, in disordine pennelli e tavolozze, il francese aveva imparato andando per mare l’importanza dell’ordine.
Dirà Theo Van Gogh, che esisteva “un Vincent amabile e un Vincent insopportabile”.

Foto: Paul Gauguin al piano e la foto del giovane Vincet Van Gogh

La casa Gialla. Paul Gauguin e Vincent Van Gogh


Commovente é il rapporto tra Vincent e la casa Gialla ad Arles...
Ma cosa furono in realtá le nove settimane in cui Van Gogh e Gauguin vissero fianco a fianco ad Arles? Un disastro! Un disastroso trionfo.
La gioia di creare e la nevrosi di fallire... si conclusero con il primo che rincorreva il secondo con un rasoio, con il secondo che
se ne andava a dormire in albergo, con l’orecchio di Van Gogh tagliato dalla sua stessa mano e offerto come dono a una prostituta locale... Di lì il ricovero in clinica del primo e la fuga del secondo, di lí un MAI-PIÙ-RIVEDERSI.
Vincent morirà due anni dopo, nel 1890, dopo essersi sparato un colpo di pistola al petto, in quella Provenza che lo aveva così tanto segnato, Paul gli sopravviverà per un decennio, in un’isola delle Marchesi dove la sua fuga dalla civiltà lo aveva portato, trentasette anni l’uno, cinquantacinque l’altro.
Il rapporto tra i due è struggente dal punto di vista umano e stupefacente sotto il
profilo artistico, perché quelle nove settimane, appena due mesi, insomma, cambiarono anche il corso della storia dell’arte e ciò che di Van Gogh e di Gauguin oggi ammiriamo nei più importanti musei del mondo, furono in buona parte dipinti lì ed andarono a riempire le stanze e le pareti della modesta dimora, la casa Gialla, che fungeva da casa e da studio: tele, intuizioni e sperimentazioni a cui credevano solo i diretti interessati e qualche spirito più avvertito o semplicemente più amico.
Perché Van Gogh dovette in pratica morire prima di divenire famoso, e Gauguin fu raggiunto dalla fama in un angolo dell’Oceano Pacifico dove essere famosi non significava niente.
Con pochi anni di distanza l’uno dall’altro, Vincent e Paul, esclusa l’arte, avevano
tuttavia poco in comune...

Foto: "La casa Gialla" di Vincent Van Gogh (Arles 1888)
Per approfondimenti vi consiglio la lettura di: "La casa Gialla" di Martin Gaylord

Monday, 6 April 2009

L'uso del colore "arbitrario", secondo Vincent Van Gogh


(Arles, 11 agosto 1888)

"Mio caro Theo,

Fra poco conoscerai Messer Patience Escalier, un tipo di uomo dei campi, vecchio bovaro della Camargue.
Il colore di questo ritratto di contadino è meno scuro di quello dei mangiatori di patate di Nuenen ma il nostro raffinatissimo parigino "Portier", vi troverá la stessa questione da risolvere.
Non credo che il mio contadino possa sfigurare per esempio con il Lautrec che tu hai,
anzi forse ne guadagnerà dall'accostamento strano, perchè la pelle bruciata e abbronzata dal gran sole e dall'aria aperta, risalteranno ancor più accanto alla polvere di riso e alla toilette elegante.
Che peccato che i parigini non apprezzano le cose rustiche, comunque so che non bisogna scoraggiarsi perché un'utopia non diventa mai realtà. Solo che io trovo che ciò che ho imparato a Parigi "se ne va" e ritorno alle idee che mi erano venute in campagna, prima di conoscere gli impressionisti.
Non sarei per nulla stupito se tra poco gli impressionisti trovassero da ridire sul mio modo di dipingere perché invece di cercare di rendere esattamente ciò che ho davanti agli occhi, mi servo del colore in modo piú arbitrario, per esprimermi con più intensità.
Nel Ritratto del contadino mi sono regolato con questo sistema. Immaginavo l'uomo che dovevo fare, in mezzo al forno della mietitura in pieno mezzogiorno. Da ciò gli arancioni sfolgoranti come ferro arroventato, da ciò i toni di oro vecchio, luminosi nelle ombre.
Ah, caro fratello... e le persone per bene vedranno in queste esagerazioni solo della caricatura.
Ma che ci importa, abbiamo letto Terre e Germinal, e se dipingiamo un contadino, vorremmo dimostrare che questa lettura ha finito per fare un po' corpo con noi".

Dalla lettera che Vincent scrisse a Theo da Arles l'11 agosto 1888

Nella foto: "Ritratto di Patience Escalier" di Vincet Van Gogh